Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa


LA NUOVA NORMA
È un vero e proprio cambiamento di rotta mentale e politico quello che ha portato alla nascita della Legge 242 sulla filiera della canapa. Si è trattato di iniziare a definire un sistema produttivo, regolamentarlo, stabilire come promuoverlo.
Un passo di non poco conto per una nazione come l’Italia che, da secondo produttore di canapa fino alla Seconda Guerra Mondiale, ne ha poi totalmente demolito la realtà agricola consolidata, vitale, confondendo due ambiti invece ben separati: l’illecito di quella canapa utilizzata nel traffico degli stupefacenti e il lecito che era parte del panorama agricolo italiano capace di trarne pieni frutti.
Della pianta non si butta via nulla, tanto che circa un secolo fa, ampie zone nazionali erano anche esportatrici e alcune fornivano la Marina Inglese delle cime a questa necessarie… tutte in fibra di canapa appunto. Oggi il panorama è molto mutato, le potenzialità sono immense, dalle proprietà nutraceutiche all’edilizia e alla costruzione digitale di componenti dalle caratteristiche straordinarie, dalla bioingegneria alla bonifica di terreni contaminati. Questi sono solo pochi fra i tanti capitoli che descrivono, sfiorandole, le possibilità odierne e future, sia prossime che più lontane.
Per meglio comprendere le intenzioni del legislatore, determinante è il passaggio iniziale all’articolo 1 sulle finalità. Dalla lettura si evince come “La presente legge reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”.
Identificata subito la cultivar di canapa, la Sativa L. che, fra le esistenti, rientra nelle varietà a bassissimo contenuto di THC (tetraidrocannabinolo), il principio psicotropo per eccellenza, anche se al successivo comma 2 dello stesso articolo si specifica ancora che “si applica alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope”.
Per quanto riguarda il sostegno alla filiera, i punti focali sono cinque, coltivazione e trasformazione, incentivazione dell’impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali, sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano l’integrazione locale e la reale sostenibilità economica e ambientale, produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori, realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca.
Si entra ancora più nello specifico all’articolo 2 della Legge con una lista più dettagliata che limita solo l’uso delle biomasse da canapa per la produzione di carburanti-energia, aspetto che deve riguardare solo l’autoproduzione energetica delle aziende agricole. Per le altre possibilità espresse dalla Legge 242 sulla filiera della canapa, ecco comparti come l’alimentare e la cosmetica con prodotti finali elaborati esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori.
Poi semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti (ricordarsi la limitazione sulle biomasse), per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico, materiale destinato alla pratica del sovescio (pratica agraria che consiste nel sotterrare nel terreno piante o parti di piante allo stato fresco, per correggere terreni troppo compatti, per arricchirli di sostanza organica), materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia, materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati, coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati, coltivazioni destinate al florovivaismo.
Ampio quindi lo spettro di possibilità e di sfruttamento delle colture, il tutto da definire nei particolari grazie ai necessari decreti attuativi per venire incontro alle necessità di sviluppo della filiera stessa.
Tanto per fare un esempio fra le esigenze da regolamentare, oggi si dipende principalmente dall’estero per i semi da utilizzare nei terreni dando vita alle piantagioni, da Francia e Germania tanto per restare in Europa. Dalle uniche varietà italiane, la Carmagnola, la Fibranova e l’Eletta Campana, non si riescono oggi a ricavare semi a sufficienza per soddisfare neppure un minimo della filiera esistente.
La richiesta degli operatori alle istituzioni è ricreare un polo sementiero italiano, opportunamente controllato, con nuclei che servano comodamente Nord, Centro e Sud Italia, anche cercando di recuperare (ma ci vorrà tempo) parte del patrimonio vegetale delle varietà di canapa utilizzate nel Bel Paese.
Importante novità contenuta nella legge 242 all’articolo 2 sulla “Liceità”, è che la coltivazione della tipologia di canapa sopra descritta, “è consentita senza necessità di autorizzazione”, ma seguendo precisi obblighi che l’agricoltore deve eseguire alla lettera (articolo 3): “Il coltivatore ha l’obbligo della conservazione dei cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi. Ha altresì l’obbligo di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente”.
In breve, a ogni controllo bisogna avere subito disponibili questa documentazione, non esiste altra via.
Detti controlli sulle coltivazioni di canapa possono essere fatti dal Corpo Forestale dello Stato, oggi Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dei Carabinieri (articolo 4), compresi i prelevamenti e le analisi di laboratorio, ma questo non esclude i controlli da parte di tutti gli altri organismi che, per competenza, hanno il compito di sorveglianza come polizia giudiziaria. Controlli che saranno a campione e, naturalmente, il prelievo fatto sulle piante sarà svolto in presenza dell’imprenditore agricolo che me avrà una parte in modo da farlo analizzare da suoi esperti garantendo le necessarie contro verifiche.
Fissati precisi limiti per il contenuto complessivo di THC della coltivazione con primo limite allo 0,2 per cento e, comunque, entro lo 0,6 per cento per rilevazioni effettuati su piante ancora nei campi (si fa riferimento specifico a “coltivazioni” e non alla materia prima fuori campo): se rispettati questi punti fermi, l’agricoltore può vivere sonni tranquilli e continuare a lavorare (articolo 4, comma 5).
C’è da fare attenzione a un punto ben espresso nella Legge 242 sulla filiera della canapa all’articolo 4, comma 7: se l’agricoltore avesse rispettato tutti i passi descritti nella legge per impiantare la coltura, ma alle verifiche di laboratorio il contenuto di THC sui campioni di piante nella coltivazione risultasse superiore allo 0,6 per cento, l’autorità giudiziaria potrebbe disporre il sequestro o la distruzione della canapa presente nel campo, ma all’imprenditore agricolo non verrebbe contestata alcuna responsabilità.
Sui limiti di THC negli alimenti da canapa (articolo 5), la legge prescrive solo che siano fissati entro sei mesi dall’entrata in vigore della norma. E qui i tavoli di confronto degli appartenenti alla filiera con i dicasteri dovranno definire i contorni di questo capitolo per metterli nero su bianco grazie a decreti attuativi (aggiornamento: a settembre 2017 siamo ancora a una bozza-proposta che sta provocando fortissime polemiche sui limiti proposti). Da parte sua il ministero stabilisce degli incentivi per la filiera (articolo 6), al massimo 700.000 euro annui, “per favorire il miglioramento delle condizioni di produzione e trasformazione nel settore della canapa”. Annualmente una quota può essere destinata a progetti di ricerca e sviluppo per la produzione e processi di prima trasformazione della canapa in modo da avviare un processo di ricostruzione del patrimonio genetico nostrano, oltre che per definire corretti processi di meccanizzazione rispetto la coltivazione e la produzione. Del resto in Italia è quasi come se si partisse dal nulla, sia sui campi che per la tecnologia. 
Per le colture non si possono utilizzare sementi auto prodotte (articolo 7) da quelle certificate e acquistate l’anno precedente, quelle che hanno dato frutto alle coltivazioni. È ammesso solo in un caso e per un solo anno, agli “enti di ricerca pubblici, le università, le agenzie regionali per lo sviluppo e l’innovazione, anche stipulando protocolli o convenzioni con le associazioni culturali e i consorzi dedicati specificamente alla canapicoltura” e, comunque, queste sementi potranno essere utilizzate solo per “piccole produzioni di carattere dimostrativo, sperimentale o culturale, previa comunicazione al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali”.
Stato, regioni e province autonome possono mettere in campo formazione ad hoc per gli appartenenti alla filiera della canapa (articolo 8), ma devono anche diffondere la conoscenza sui molteplici utilizzi della pianta e sulle sue proprietà, quindi in campo alimentare, sulla bioedilizia, confezionamento, solo per citarne alcuni.
All’articolo 9 della legge 242, si passa alla tutela del consumatore e qui il ministero delle Politiche agricole e forestali si fa promotore del riconoscimento di un sistema di qualità alimentare per i prodotti derivati dalla canapa “ai sensi dell’articolo 16, paragrafo1, lettere b) o c), del regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013”. In breve, questo rimane ancora un aspetto da delimitare in ogni suo contorno e fisionomia ferme restando le norme che aiuteranno a definirlo.  

USO TECNICO E NON USO UMANO
Come detto la normativa italiana sulla canapa ha creato un “cuscinetto” di esenzioni di responsabilità per l’agricoltore nel caso in cui i risultati ad un controllo rivelino un tenore di THC superiore a 0,2% ma inferiore a 0,6%.
A livello europeo sono ancora in via di definizione i limiti di THC ammissibili negli alimenti a base di canapa. Federcanapa sostiene anche per la Normativa italiana la proposta avanzata da EIHA in sede europea per fissare i limiti di THC come in territorio nazionale.
L’approvazione della normativa sopra menzionata ha portato all’aumento di questi negozi completamente dedicati al mondo della canapa. Infatti la stessa norma ha alzato la percentuale consentita di THC (uno dei principi attivi della marijuana) dallo 0,2% allo 0,6%.
Sembra una differenza da poco, ma tutti i produttori, così come i consumatori, parlano di un grandissimo cambiamento. Molti sperano in un ulteriore passo in avanti a livello legislativo che possa portare alla completa legalizzazione della cannabis. I promotori di questa rivoluzione (tutt’altro che banale pensare che non lo sia, viste le dure restrizioni delle precedenti regolamentazioni legislative) spingono soprattutto sugli aspetti terapeutici della cannabis.
Sono ormai noti i benefici che possono portare l’assunzione di CBD (Cannabidiolo altro principio attivo della sostanza) e THC. Si parla di proprietà antiossidanti e anti psicotiche, una cura naturale (sia chiaro: non alternativa ed esclusiva) ad epilessia e ansia cronica, utilissimo inoltre l’utilizzo come antinfiammatorio.
Ma la norma sopra menzionata, che rubrica “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, tratta della cannabis nella sua accezione agricola e non “per uso ricreativo”. Nelle pieghe della norma, però, possimo trovare la spiegazione a quanto sopra detto ed in particolare al c.d. “Uso Tecnico”.
Andiamo ad analizzare nel dettaglio cosa significa questa destinazione d’uso.
La legge che regola il settore canapa ad uso industriale sembra permettere la vendita di Canapa ad uso industriale ed in particolare del fiore come prodotto alimentare, rimandando però la regolamentazione finale col decreto sopra citato. Analizzando meglio l’Articolo 5 della legge 242/2016 si evince che la normativa sottende che rimanga invariato il limite impostato precedentemente negli alimenti, ossia 0,2% di THC come massimale (questa è l’interpretazione normativa più condivisa attualmente).
Però se la canapa ad uso industriale sotto forma di fiore dovesse essere venduta come alimento, essa dovrebbe sottostare, come espone chiaramente la normativa  2 dicembre 2016, n. 242 all’articolo 2, punto 2), comma a) “alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori”, alle norme disciplinari che regolano il settore, dunque ad un minimo controllo qualità, tipologia di terreno, coltivazione, pesticidi, fertilizzanti, ecc. ecc..
Analizzando l’art. 2, punto 2, comma a della legge 242/2016, qui spunta, abilmente, l’uso tecnico. Il famigerato quanto inventato “uso tecnico”, la cui destinazione espressa chiaramente dal significato della parola “tecnico”, ne sotto intende la non possibilità di utilizzo ad “uso umano”.
Questa destinazione d’uso NON è chiaramente indicata in nessun punto della normativa, la quale però autorizzando di fatto le coltivazioni di Piante di Canapa Certificate con un tenore di THC inferiore a 0,6% nelle analisi eventuali, ne SOTTENDE la possibilità di produrre e detenere un fiore prodotto da esse se esso rientra nei valori determinati dalla legge 242/2016, ossia appunto THC inferiore allo 0,6%.
Inoltre sembra valere questa volta il principio cardine che “tutto ciò che non è normato o vietato è implicitamente autorizzato”, anche se sorgono molti dubbi su questa affermazione nel contesto storico attuale italiano.
In pratica, dunque, “uso tecnico” è esattamente il contrario di “uso umano”. Grazie alla dicitura “ad uso tecnico” è cosi possibile commercializzare fiori di canapa ad uso industriale in modo piuttosto libero, soprattutto dai controlli dei settori con destinazioni ad uso umano.
Questo ha portato il mercato ad aprirsi ai consumatori del fiore “fumato” tramite una dicitura di “uso tecnico”, e questo grazie esclusivamente a manovre pubblicitarie ben retribuite. Tutto regolare, ossia a norma di legge (seppur tirata), se non fosse che alcune aziende hanno iniziato seriamente a voler raggirare la legge ed il consumatore allo stesso tempo, sostenendo pubblicamente di “poter fumare liberamente il fiore“, ed anche che “il prodotto è stato concepito per sostituire il tabacco nei joint“, come riportato anche su numerose riviste di settore, incredibilmente ignorando la pericolosità sociale di una tale affermazione.
I prodotti destinati ad uso tecnico non subiscono alcun controllo di sorta e pertanto non è chiara l’origine, il suolo su cui sono stati coltivati, gli eventuali pesticidi e fertilizzanti utilizzati, i controlli sui parassiti, sulle muffe, sul confezionamento, sullo stoccaggio, sulla scadenza (scritta in modo fittizio), ecc..  

ALCUNI CONSIGLI PER L’ETICHETTA DA UTILIZZARE.
Dopo L. 242/16 inserire art. 1 e art. 3  (solo il numero dell’articolo) (La presente legge reca norme per il  sostegno e  la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell'impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversita', nonche' come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione e, art. 3 Il sostegno e la promozione riguardano la coltura della canapa finalizzata: a) alla coltivazione e alla trasformazione; b) all'incentivazione dell'impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali; c) allo sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano l'integrazione locale e la reale sostenibilita' economica e ambientale; d) alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori; e) alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attivita' didattiche e di ricerca) per far capire che è solo ad uso agricolo non terapeutico e/o ricreativo.  
- Se nell’etichetta viene citato “USO TECNICO” sarebbe da aggiungere, per dimostrare l’assoluta estraneità ad un uso diverso, “divieto di uso umano e di uso ricreativo” (per autotutela, poi ognuno ne fa l’uso che vuole)