PIR E VENTURE CAPITAL : UNA SPINTA IMPORTANTE DAL MAXI-EMENDAMENTO ALLA LEGGE DI BILANCIO 2019


Un maxiemendamento proposto dal Governo alla legge di Bilancio 2019 introduce diverse novità, peraltro interessanti, volte ad incentivare l’utilizzo dello strumento del PIR (Piano Individuale di Risparmio).
Le novità introdotte dal maxiemendamento vanno oltre rispetto a quelle previste dall’emendamento proposto dal deputato della Lega Giulio Centemero e che già proponeva per i Piani Individuali di Risparmio (PIR) un vincolo aggiuntivo al fine di beneficiare degli incentivi fiscali e cioè veniva inserito l’obbligo di investire il 3% del capitale raccolto in titoli non negoziati nei mercati regolamentati.
Le norme introdotte dal Governo nel maxiemendamento impongono un vincolo ancora più stringente: viene previsto che i Pir debbano investire in quote o azioni di fondi di venture capital residenti nel territorio italiano (o in Stati membri della UE o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo con stabili organizzazioni in Italia) almeno il 5% della quota del 21% del patrimonio destinato agli strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa Italiana o in indici equivalenti.
Come ormai noto il 70% della raccolta effettuata tramite i PIR deve essere investita in titoli emessi da imprese italiane o UE o dello Spazio economico europeo con stabili organizzazioni in Italia e il 30% di questo 70% (quindi il 21%) deve essere investito in titoli diversi da quelli dei principali indici quali il FTSE MIB.
Una norma così strutturata ha avuto, quale effetto collaterale, quello di far affluire i fondi del PIR sui titoli negoziati sul FTSE Star o sull’Aim Italia, ma soprattutto sul mercato secondario, gonfiando a dismisura le quotazioni dei titoli, senza portare nessuna nuova risorsa alle aziende.
Il maxiemendamento ha come obiettivo quello di spingere i PIR a investire in Fondi di Venture Capital e, di conseguenza, in asset illiquidi (beni di non veloce smobilizzo).
In particolare, per Fondi di Venture Capital la norma introdotta dal maxi-emendamento precisa che si deve trattare di organismi di investimento collettivo del risparmio che destinano almeno il 70% dei capitali raccolti in investimenti in favore di PMI come definite dalla UE, non quotate, residenti in Italia o nella UE o nello spazio Economico Europeo con stabili organizzazioni in Italia e che soddisfano almeno una delle seguenti tre condizioni:
a)      Non hanno operato in alcun mercato;
b)     Operano in un mercato qualsiasi da meno di sette anni;
c)      Necessitano di un investimento iniziale per il finanziamento del rischio che, sulla base di un piano aziendale elaborato per il lancio di un nuovo prodotto o l’ingresso in un nuovo mercato geografico, sia superiore al 50% del loro fatturato medio annuo negli ultimi cinque anni.
Vi è un’ulteriore novità: Le entrate dello Stato derivanti dalla distribuzione di utili di esercizio o di riserve sotto forma di dividendi delle società partecipate dal ministero dell’Economia e delle Finanze sono utilizzate in misura non inferiore al 15% del loro ammontare per investimenti in fondi di venture capital. In sostanza almeno il 15% dei dividendi pagati dalla Cassa Depositi e Prestiti al Ministero dell’Economia e delle Finanze andranno investiti in venture capital. La cifra si aggira intorno a qualche miliardo di euro.

Fonte : MF – Milano Finanza